O servo, o ribelle; o uomo, o cane Gigi Damiani

 

L’ora è buia. Molti disperano; qualcuno rinnega; i più si racchiudono in se stessi montando la guardia alla fiaccola sotto il moggio; altri si rifugiano nella comoda Bisanzio e non manca chi scende a trugolarsi nel pettegolezzo affondando nelle carni del fratello le zanne di un rancore incomposto che non ardisce mordere il vero nemico.

Certamente l’aver dovuto ripiegare alla vigilia della veduta prossima vittoria riempie l’animo di tristezza; può anche indurre ad esagerare le nostre passate manchevolezze.

Ma perché disperare e perché perdersi nel vaniloquio che isterilisce e porta i vuoti della discordia laddove l’assalto nemico non fu capace di aprire larghe brecce?

Se eravamo nel vero, volendo il giusto, ieri, perché oggi saremmo nell’errore?

Si dice: c’è un fatto nuovo, il riprendersi del passato, il rifiorire di vecchie ideologie, la riconquista reazionaria…

Il fatto nuovo sopravvenuto; niente di nuovo ha rivelato. Esso ricopia, non crea. Risale alle sorgenti dell’antico despotismo, ma non apre una sua via, un suo solco nella storia. Può sgominare, non persuadere. Comprare, non sedurre. Ubriacare, non entusiasmare.

Della battaglia perduta chi più chi meno tutti hanno le loro responsabilità, noi però assai meno che gli altri. Noi, nell’insieme, abbiamo veduto giusto. Ma non eravamo una forza; non eravamo la massa che grava col suo peso. Eravamo le sentinelle avanzate di un esercito; i di cui generali tentennavano deliziando e snervando i reggimenti che volevano combattere negli ozi capuani delle piccole conquiste. Eravamo i battaglioni d’assalto che ad un certo punto hanno sentita gravare la sensazione di esser rimasti soli. Ed allora, passo, passo, abbiamo ripiegato. Poi il contrattacco nemico ci ha dispersi. Dispersi, non vinti.

Avremmo potuto cadere diversamente? Forse.

Ma ci eravamo abituati a contare anche su gli altri, i quali, ad ogni rapporto degli stati maggiori, ci dicevano: «non rovinateci con azioni isolate, non comprometteteci con un assalto fuori tempo. Voi farete il gioco del nemico. Noi andiamo avanti lentamente, ma con un esercito formidabile. E dietro ci lasciamo posizioni occupate, non posizioni distrutte».

Questa è stata la tragedia nostra di ieri ed anche quella di questi ultimi tempi; la tragedia di una fiducia male ipotecata. E nient’altro. Possiamo dirlo con orgoglio: nient’altro!

Ma perché oggi la vecchia menzogna ha potuto celebrare come più non osava da un secolo le sue pasque di sangue, i suoi saturnali d’oppressione… noi continueremo a batterci il petto per le colpe non nostre? E a lacrimare su le rovine di Utica?

Una battaglia è stata perduta: è vero. Ma la guerra continua, deve continuare. Troppi morti nostri insepolti ci siamo lasciati dietro; troppi dei nostri sono rimasti nelle galere del nemico.

Riprendiamo dunque la “nostra” marcia.

Chi vuol pettegolare invece di combattere tradisce: lasciamolo solo nelle sale e nelle chiaviche di Bisanzio.

Ritorniamo ai nostri ardimenti; e ritornino le sentinelle perdute ai loro posti.

Compagno che hai disperato, raccatta lo zaino e l’arme e riconfortati col viatico della tua fede. E marcia.

Tuo padre ti lasciò un regime di semilibertà. Vuoi tu lasciare ai tuoi figli un regime di completa schiavitù?

«Ma il nemico oggi è più forte, più agguerrito di ieri e molti che gli son contro, vogliono sostituire la loro tirannia alla sua». Ed anche questo è vero e perciò tu disperi. Ma la tua disperazione, che sfocia nella rassegnazione, non potrà salvarti. Ed il dilemma che oggi sta, inesorato, davanti a te è questo: O la schiavitù o la lotta. Scegli.

Se vuoi accasciarti nella schiavitù, sdraiati pure nella tua abiezione. Sii servo e goditi le delizie della servitù.

Ma se vuoi essere uomo e cittadino e sentire la dignità di te stesso, allora combatti. Non v’è altra via aperta a te davanti ed ogni neutralità è rinuncia che sconterai a prezzo di umiliazioni indicibili.

E allora?

Allora raccatta lo zaino e l’arme.

E lancia il tuo vecchio grido di guerra: libertà, libertà, libertà…

Molti forse lo ascolteranno…

«E se non lo ascoltassero?»

E tu va avanti, lo stesso.

Il nascere schiavi non dipende dalla volontà di chi è nato in schiavitù.

Ma il morire liberi è atto di volontà di chi alla schiavitù si ricusa.

Hai tu la forza e la coscienza del volere?

Se l’hai… marcia e non guardarti dietro.

Se non l’hai… bacia la mano che ti percuote, lecca il piede che ti calpesta; spalanca la bocca e dissetati con gli sputi di chi ti disprezza. Vi sono molti cani specializzati in tanta umiliazione e che sanno mordersi soltanto tra loro.

Sii cane!

 

[da L’Adunata dei Refrattari, anno IV, n. 17-18 del 1-5-1925]

 

 

 

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