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Per un mondo assolutamente altro

Una vita sfrenata, un viaggio nell’altro assoluto, richiede la totale distruzione non solo del “mio” lavoro, ma anche del vero concetto di lavoro ed economia in quanto basi delle relazioni umane.                                                                                                                Jean Weir

Se il progetto anarchico può risultare incomprensibile a quelli che hanno imparato ad accettare la necessità di essere governati e a preferire la sicurezza alla libertà, questo progetto inteso nella sua totalità, come completo rovesciamento di tutte le relazioni sociali basate sull’obbligo e sulla forzatura, può essere incomprensibile persino per molti anarchici. L’idea della distruzione del lavoro va frequentemente incontro a incomprensioni. E ciò succede in più di una forma.

Il tipo più frequente di incomprensione che ho incontrato quando ho parlato di distruzione del lavoro consiste nella banale esclamazione: “Ma dobbiamo mangiare!”. Per alcuni versi questa reazione è piuttosto simile alla risposta all’appello per la distruzione delle prigioni, con poliziotti e stati che si lamentano: “Ma allora poi gli stupratori, i ladri e gli assassini sarebbero a piede libero!”. Questa è una risposta che nasce dall’ambiente – abbiamo sempre vissuto in un certo modo. Dentro questo modo ci sono istituzioni specifiche addette a soddisfare bisogni particolari – infatti, il lavoro e l’economia sono i contesti istituzionali attraverso i quali il cibo viene fornito all’interno dell’attuale sistema di relazioni sociali, e non ne conosciamo altri (se non per sentito dire). Cosi l’idea di un mondo senza lavoro evoca visioni di carestia soprattutto quando termina la capacità di sognare.

Un altro tipo di incomprensione riguarda la confusione su cosa sia il lavoro. Questo nasce in parte dal fatto che questa parola può essere usata in modo ambiguo. Io posso, infatti, dire che sto “lavorando” a un articolo per WD o a una traduzione. Ma quando faccio queste cose, non si tratta di lavoro, perché non c’è nulla che mi costringe a farle, non ho l’obbligo di farle; le faccio solamente per il mio piacere personale. Ed è qui che diventano chiari il significato basilare del lavoro e della sua distruzione.

Il lavoro è una relazione sociale economica basata sulla costrizione. Le istituzioni della proprietà e dello scambio di merci assegnano alla sopravvivenza un’etichetta con il prezzo. Ciò costringe ciascuno di noi a cercare modi per comprare la nostra sopravvivenza o ad accettare la totale precarietà di una vita di costante furto. Nel primo caso, possiamo comprare la nostra sopravvivenza solamente vendendo ampie porzioni delle nostre vite – ecco perché ci riferiamo al lavoro come schiavitù salariale – schiavo è chi ha la propria vita posseduta da un altro, e quando lavoriamo, il capitale possiede le nostre vite. E con il dominio mondiale del capitale, sempre di più la totalità dell’esistenza è permeata dal mondo del lavoro – non c’è un momento che è nostro tranne se lo strappiamo con ferocia dalla presa di questo mondo. Sebbene è vero che la schiavitù salariale non può essere equiparata con quella umana, è vero anche che i padroni di questo mondo, riferendosi a noi come “risorse umane”, dimostrano molto chiaramente in che modo ci vedono. Pertanto la sopravvivenza con un’etichetta prezzata è sempre in opposizione alla vita ed il lavoro è la forma di opposizione che essa prende.

Ma il furto (e il suo cugino povero, il rovistare tra i rifiuti) non ci libera in se dal lavoro. “Anche rapinare banche o riappropriarsi della merce rimane all’interno della logica del capitale se l’individuo che compie ciò non ha già altri progetti in corso” (Jean Weir). E qui c’è una delle più comuni incomprensioni della prospettiva anti-lavoro: si confonde il fare a meno del lavoro con l’attacco al mondo del lavoro. Questa confusione si manifesta in un’enfasi pratica nei confronti dei modi per sopravvivere senza un lavoro. Infatti, la sopravvivenza continua ad avere la precedenza rispetto alla vita. Adesso si incontrano molte persone all’interno di alcune sottoculture influenzate dall’anarchia, le quali sanno dove stanno tutti i cassonetti, i cibi gratuiti, i negozi facilmente rapinabili, ecc, ma non hanno idea di cosa fare con le proprie vite oltre alla sopravvivenza per strada. L’individuo con una chiara idea di progetto che, per esempio, consiste nel lavorare temporaneamente in una copisteria al fine di imparare le competenze e rubare il materiale necessario per iniziare il proprio progetto editoriale anarchico – terminando di lavorare appena il progetto è compiuto – agisce più direttamente contro il mondo del lavoro rispetto all’individuo che passa le giornate girovagando da un cassonetto all’altro, pensando solo a come fare a meno di lavorare.

Il lavoro è una relazione sociale o, più precisamente, parte di una rete di relazioni sociali basate sul dominio e sullo sfruttamento. La distruzione del lavoro (opposta al semplice evitarlo), pertanto, non può essere compiuta da un singolo individuo. Chi ci prova si ritrova intrappolato nel mondo del lavoro, costretto a fare i conti con la sua realtà e le scelte che esso impone. E il lavoro non può nemmeno essere distrutto separatamente dalla completa distruzione del sistema di relazioni sociali del quale esso è parte. Dunque, l’attacco contro il lavoro inizia dalla nostra lotta per la riappropriazione delle nostre vite. Ma essa incontra le mura della prigione che ci circonda ovunque, e quindi deve iniziare a distruggere un intero mondo sociale, perché solo in un mondo che è assolutamento altro, ciò che alcuni hanno chiamato “mondo capovolto”, le nostre vite potranno essere davvero nostre. Adesso possiamo strapparte momenti e spazi – e infatti ciò è necessario per darci il tempo di riflettere su ciò che, come individui, vogliamo davvero fare con le nostre vite. Ma il compito che ci resta è quello di abbattere le mura della prigione.

Infatti, il progetto anarchico insurrezionale, se pensato in termini di lavoro, stato, famiglia, economia, proprietà, tecnologia, religione, legge o qualsiasi altra istituzione del dominio, resta lo stesso. Il mondo del dominio è uno. Le istituzioni formano una rete, e non si può scappare attraverso le crepe. Dobbiamo distruggere la rete e avventurarci verso l’ignoto, avendo preso la decisione di cercare strade per intrecciare e creare la nostre esistenze che siano assolutamente altre, strade che possiamo sperimentare adesso, ma solo nella nostra lotta per distruggere questo mondo, perché solo in questa lotta possiamo sottrarre il tempo e lo spazio che ci serve per tali sperimentazioni. E parlando di un mondo che è assolutamente altro, c’è una piccola cosa che si può dire. Quando viene chiesto, “Ma se distruggiamo il lavoro, come mangeremo?”, tutto ciò che si può rispondere è “Lo capiremo strada facendo”. Ciò, ovviamente, non è soddisfacente per quelli che vogliono risposte facili. Ma se il nostro desiderio è di fare proprie le nostre vite, e se esso richiede un mondo che è assolutamente altro rispetto al mondo sociale nel quale viviamo, non possiamo aspettarci di avere le parole per quel mondo. Come potremmo trovarle qui, se anche i primitivisti ricorrono ai paragoni economici e ad un ammontare di ore di lavoro per avvalorare la loro utopia? Mentre distruggeremo il vecchio mondo e sperimenteremo nuovi modi di vivere, le parole arriveranno, se saranno desiderate. La loro ombra è visibile qualche volta nella poesia, ma se realizziamo poeticamente le nostre vite, continueremo a desiderare le parole?

Willful Disobedience Vol. 4

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