L’ANARCHICO DI BARRALI – Costantino Cavalleri

Aspetti della biografia di Tomaso Serra

Relazione al convegno «L’anarchico di Barrali – Ricordando Tomaso Serra»

Barrali, Casa Maxia – 20 novembre 2010

 

L’ANARCHICO DI BARRALI – Aspetti della biografia di Tomaso Serra

Barrali, 20 novembre 2010

di Costantino Cavalleri

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Tomaso Serra nasce nel 1900 a Lanusei, da madre originaria di Gairo e padre di Donori, operaio delle Ferrovie complementari. Un angioma cavernoso congenito, che lo tormenterà tutta la vita, infine, a 85 anni, ormai in metastasi, causerà il suo decesso, avvenuto l’8 ottobre del 1985, a Barrali.

A causa del lavoro del padre, che richiedeva continui spostamenti, la residenza di Tomaso, fino alla sua emigrazione avvenuta nel 1916, muta continuamente fino a che la sua famiglia non si stabilisce definitivamente a Barrali. Ed a Barrali egli rientra alla fine del 1944, permanendovi fino alla scomparsa, salvo brevi periodi di assenza (nel 1945 per recarsi a Gairo, successivamente a Soriano del Cimino, in entrambi i casi per vicende legate ai cugini Puddu).

Nonostante l’impiego del padre, fonte economica che garantiva una certa sicurezza, evidentemente non si può parlare di condizioni di agiatezza familiare, dato che, poco più che fanciullo Tomaso emigra, prima in Piemonte e successivamente in Francia. Da qui eterne vicende lo portarono a lavorare in Belgio, Lussemburgo, Svizzera. Paesi che, una volta entrato nelle fila dell’anarchismo militante, sarà costretto a frequentare molteplici volte pure nella veste di carcerato e clandestino, non più come lavoratore da sfruttare. Svolgerà i lavori più pesanti: costruzione di dighe, reti ferroviarie, gallerie, ricostruzione delle zone distrutte nel corso della prima carneficina di dimensioni planetarie (soprattutto in Francia), in miniera.

Intorno al 1920 incontra, per puro caso si può dire, Luigi Bertoni, redattore di un periodico anarchico stampato in Svizzera, Il Risveglio Anarchico, che a seconda del periodo uscì oltre che in lingua italiana, in francese ed in tedesco. È proprio Bertoni a destare in Tomaso la consapevolezza del suo essere anarchico, cioè di possedere una concezione della vita umana e dei rapporti sociali che escludono ogni forma di dominio e servitù, di sfruttamento ed oppressione, di potere di comando degli uni sugli altri.

Vuoi la curiosità di Tomaso, vuoi la simpatia immediata che prova per Bertoni, fungono da stimolo per addentrarsi nella lettura e conoscenza di tutto ciò che la stampa anarchica produce in quei frangenti. Tomaso si accosta sempre più a Bertoni e suo tramite al movimento anarchico, fino ad esserne parte attiva nel giro di poco tempo.

L’anarchismo non è solo contemplazione mistica o puramente intellettiva di un ideale sociale, è anche etica che impregna l’individuo, cioè atteggiamento, comportamento, modo di relazionarsi che esclude ogni rapporto di potere e di dominio. Ed è al contempo anche impegno nel combattere istituti ed istituzioni che sorgono dal potere e che il potere alimentano, al fine di distruggere gli uni e le altre in modo definitivo ed inaugurare nuovi rapporti sociali, egualitari e basati sulla libertà di ognuno. La militanza di Tomaso, al pari di quella di tutti coloro che la manifestavano in un agire quotidiano, non poteva essere né tranquilla, né “facile”, né limitata alla sola opera di propaganda spicciola. Non glielo permettevano le condizioni generali del periodo (l’imporsi del fascismo prima in Italia ed in seguito altrove) ed il suo status di emigrato. A partire dalla metà degli anni ‘20 per Tomaso e decine di migliaia di militanti anarchici e non – profughi politici italiani e spagnoli, tedeschi e di altri paesi dell’Europa orientale emigrati negli Stati democratici –, prende corpo un vero e proprio calvario che durerà fino alla fine della seconda carneficina mondiale, e per alcuni anche dopo. La controrivoluzione in Italia veste gli abiti (e le azioni) del fascismo mussoliniano, in Spagna assume quelli della dittatura di Primo de Rivera, in Germania assume le vesti del nazismo.

Le democrazie europee, a partire da quelle inglese e francese, non solo lasciano maturare gli avvenimenti senza opposizione alcuna, ma collaborano spesso attivamente con le centrali spionistiche delle dittature: ambasciate, consolati, rappresentanze religiose. Così che gli esuli antifascisti italiani vengono individuati, schedati, espulsi o reciprocamente consegnati dalle mani delle polizie democratiche di un paese a quelle dell’altro. I pretesti sono infiniti: dalla minima infrazione a qualche regolamento, all’essere privi di documenti identificativi che nessuna ambasciata o consolato rilascerà loro in quanto si vorrebbe farli rientrare in patria per rinchiuderli in galera, al confino, o eliminarli fisicamente, comunque metterli nella condizione di non nuocere ai regimi dominanti.

Individuato e schedato come anarchico pericoloso, Tomaso, che fino a quando si è limitato a vendere le proprie braccia al capitale francese, svizzero, belga, lussemburghese senza lagnanza alcuna non ha mai avuto ritorsioni democratiche, inizia il suo percorso di carcerato, espulso, oggetto di consegna alle frontiere da una polizia all’altra, quindi clandestino ora in un paese ora in un altro. Per una decina d’anni, fino all’estate del 1936 e, dopo il 1937, fino al ‘39.

Agli inizi del ‘36 si trova in Svizzera, semi clandestino, con la prospettiva concreta di un peggioramento della propria condizione. Con l’aiuto ed il consiglio dei propri compagni, nella primavera si reca in zona francese, al confine con la Svizzera, allo scopo di allestire una colonia per bambini di proletari bisognosi, in vista della prossima apertura estiva.

Tomaso non è tipo che approfitta delle situazioni per restarsene con le mani in mano, soprattutto quando la solidarietà dei compagni suoi si manifesta in ospitalità, durante la costrizione in clandestinità. Così quando, ad esempio, in Svizzera è costretto per circa un semestre a nascondersi nella cantina di un ristorante, si applica attivamente nello svolgimento di tutti i lavori possibili in tale condizione, senza che clienti del locale o estranei abbiano mai saputo della sua presenza. Allo stesso modo, quando in Belgio è ospite clandestino in uno studio fotografico, si applica alla camera oscura, fino a penetrare i segreti dell’arte dello sviluppo e pure dell’uso della macchina fotografica (conoscenza tecnica che utilizzerà in tutte le occasioni possibili, sia sul piano personale che su quello del movimento – per esempio, le sue foto, dal fronte di Huesca-Aragona, spedite a diversi giornali anarchici ed in parte pubblicate, son documenti di inestimabile valore storico, che si affiancano ad altre fonti). Il suo trasferirsi nella colonia estiva, per dare direttamente il proprio contributo attivo affinché figli di proletari usufruissero di svago e benessere sia pure per un limitato periodo di tempo, non poteva che suscitargli gioia e consenso.

Il 18 luglio di quell’anno, in Spagna (uscita da qualche anno dal lungo periodo dittatoriale di Primo de Rivera e caduta in un regime repubblicano che si manifestò non certo migliore per le sorti e condizioni delle classi subalternizzate ed in particolare per quella contadina ed operaia), i militari fascisti, lasciati liberamente complottare dal regime repubblicano, tentano un colpo di Stato. In Marocco, ufficialmente protettorato spagnolo in realtà colonia ereditata dalla Spagna monarchica, fanno il primo passo e con l’aiuto di uomini e mezzi militari della Germania di Hitler e dell’Italia di Mussolini, nonché con la “simpatia” politica ed economica delle democrazie europee e della Chiesa, tentano l’approdo in suolo iberico ove il giorno seguente, 19 luglio, le caserme militari sotto la direzione di alcuni generali devono all’unisono occupare i punti strategici delle maggiori città e quindi le leve del potere statale.

Gli anarchici della Federacion Anarquista Iberica (FAI), per lo più militanti della Confederacion Nacional del Trabajo (CNT, l’organizzazione anarcosindacalista, maggioritaria in Spagna) sono in allerta da settimane ed al momento opportuno si impossessano delle armi – necessarie a contrastare i militari – che il regime repubblicano ha loro negato, ed inchiodano nelle caserme, o vincono nelle strade in cruenti conflitti a fuoco, o decimano nell’assalto alle strutture militari, i golpisti. Là, ove gli anarchici hanno avuto la prontezza di affrontare di petto la sollevazione militare agendo per conto proprio e stimolando ampie fasce del proletariato a fare altrettanto contro ogni volontà governativa e dell’autorità statale, e là ove fasce consistenti di proletariato unitamente agli anarchici e sindacalizzati rivoluzionari hanno avuto la prontezza di azione contro i golpisti, la sollevazione militare della coalizione clericale e fascista è stata repressa. Oltre metà del territorio della repubblica è in mani proletarie e delle loro organizzazioni sindacali, soprattutto di quella anarcosindacalista. Invece là ove vi son stati tentennamenti ed attese risolutrici da parte delle istituzioni di ogni tipo, i golpisti hanno buon gioco.

Nelle regioni a prevalenza anarchica (Catalogna, parte dell’Aragona ecc.), le masse proletarie che han soffocato sul nascere il colpo di Stato, non si limitano a godere della vittoria militare. Nella realtà delle cose hanno accantonato, perché dimostratesi se non collaborazioniste sicuramente contrarie ad ogni interesse del proletariato, tutte le forme ed istituzioni del potere costituito, sia quelle della Generalitat catalana (in Catalogna era vigente una speciale autonomia regionale che vantava ampi poteri in diversi campi, ed il governo regionale era appunto la Generalitat), sia quelle dello Stato centrale.

Nelle stesse ore del soffocamento, in tali regioni, del golpe, si autorganizzano colonne per il fronte al fine di riconquistare le zone cadute in mani dei militari faziosi o arginarne l’avanzata in vista della riconquista totale dei territori della repubblica. Al contempo tutti i momenti della vita sociale, da quello economico-produttivo e distributivo a quello dei servizi vengono riorganizzati e gestiti in maniera diretta dai lavoratori di ogni specifico settore. La città si autorganizza secondo le necessità dei quartieri ed una rete di federazioni di ogni tipo, sorte, controllate e gestite in modo diretto realizza un tessuto di rapporti sociali nuovi che esclude, o tende ad escludere nei tempi brevi, ogni possibile ingerenza ed insorgenza del dominio e dello sfruttamento. Lo Stato è dissolto dalla volontà e pratica rivoluzionarie delle masse fino allora sfruttate ed oppresse. È la rivoluzione sociale libertaria che si mette in moto.

Il processo rivoluzionario che prende piede in Spagna si basa sulla collettivizzazione vuoi dei centri produttivi (campagna, fabbrica, laboratori artigianali), vuoi dei servizi (tram, ferrovie, telefonia, mense-ristoranti, ospedali ecc.). Parassiti, burocrati, padroni, proprietari son cacciati via, quando non son scappati prima, a meno che non accettino di svolgere un ruolo attivo nell’ambito specifico al pari di tutti gli altri e con le retribuzioni tendenzialmente dirette più che alla eguaglianza assoluta a soddisfare le esigenze ed i bisogni familiari di ciascun componente.

Si concretizza nell’immediato una alternativa non solo al regime capitalistico di tipo liberale, ma pure al capitalismo di Stato che in URSS ha imposto il bolscevismo, e che all’epoca è maturato spontaneamente, dalle originarie radici leniniste, in regime stalinista. Il contenuto, la radicalità, la forma metodologica della rivoluzione sociale spagnola scaturita dalla reazione popolare diretta al tentativo di presa del potere fascista a mezzo del golpe militare, sono gli elementi base attaccati dalla controrivoluzione che la affosserà. Potere staliniano e borghesie democratiche si troveranno unite nel tradirla dall’interno e dall’esterno della Spagna, stupendamente coadiuvati dagli organismi burocratici delle stesse organizzazioni di massa proletarie, anarcosindacaliste incluse.

Giunte notizie fin dalle prime ore degli avvenimenti di Spagna a Tomaso, questi decide di lasciare la colonia estiva per recarsi in suolo iberico, a dar man forte agli anarchici ed al proletariato spagnolo in armi.

Fin dal 20 luglio molteplici decine di esuli antifascisti italiani – nella gran parte anarchici, ma anche giellisti, socialisti, repubblicani e pure qualche comunista non stalinista –, sotto impulso di Carlo Rosselli, Emilio Lussu, Camillo Berneri ed altri, decidono di dare vita ad una sezione di volontari italiani da inserire nelle milizie popolari rivoluzionarie che dalle zone repubblicane combattono al fronte. Grazie ai contatti di Camillo Berneri ed alla stima e fama che questi contava nel movimento anarchico internazionale, la sezione di volontari italiani potè essere inserita nella Colonna Ascaso (così denominata in onore dell’anarchico Francisco Ascaso, ucciso da una pallottola durante l’assalto, il 19 luglio a Barcellona, ad una caserma militare golpista che non si volle pacificamente arrendere ai rivoluzionari), operante nel fronte aragonese e precisamente nel settore di Huesca. Il battesimo di fuoco del primo contingente della sezione italiana di volontari, forte di oltre cento uomini, avvenne il 28 agosto (1936) nella cosiddetta “battaglia di Monte Pelato” (Monte Pelato è il nome che i combattenti italiani danno al promontorio, campo delle loro operazioni al fronte), ove persero la vita, tra gli altri Giuseppe Zuddas, di Monserrato, del Partito Sardo d’Azione/Giustizia e libertà, e l’anarchico nuorese Pompeo Franchi che, rimasto gravemente ferito, muore poco tempo di poi in ospedale.

Tomaso arriva in Spagna, a Barcellona, col secondo contingente della sezione italiana, nella seconda metà di agosto, ed ai primi di settembre, dopo una breve preparazione all’utilizzo delle armi, parte per il fronte di Huesca, ove anch’egli, in successivi scontri a Monte Pelato, ha il suo battesimo di fuoco.

La permanenza di Tomaso nella Spagna rivoluzionaria è argomento trattato in questa sede da altri relatori, in particolare dal dott. Gianfranco Contu, per cui non mi soffermo su questa pagina della sua vita. Rimarco brevemente solo alcuni punti di importanza fondamentale.

L’esperienza spagnola segnerà il resto della vita dell’anarchico sardo, tanto che si può dire, senza tema di smentite, che per egli si trattò della constatazione della possibilità reale dell’anarchismo di rappresentare l’alternativa sociale al potere accentrato, ad ogni forma di dominio e sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Non è un caso che, fin dal suo rimettere piede in terra sarda, a Barrali precisamente, alla fine del 1944, ogni sua iniziativa – dal contributo indispensabile in medicine allora introvabili e costosissime per i barralesi, che donò ai suoi compaesani, fino alla realizzazione della Collettività Anarchica di Solidarietà da lui ed altri compagni promossa tra la fine del decennio ‘50 e l’inizio di quello successivo, passando attraverso la costituzione a Barrali della cooperativa denominata “Lavoro e Benessere” – ogni sua iniziativa per quanto differente l’una dalle altre possa essere, si fonda sostanzialmente sugli elementi di solidarietà, di simpatia, di partecipazione diretta alla vita comunitaria e di azioni concrete per migliorarne le sorti e le condizioni.

La lucida considerazione di essere volontario nelle milizie popolari, ovvero nelle organizzazioni armate che il proletariato costituì di sua propria volontà secondo i criteri dell’autogestione, del controllo diretto e del rifiuto di ogni istituto autoritario basato sulla cieca obbedienza dei subalterni, lo porta ad una valutazione complessiva, politico-sociale, del fenomeno rivoluzionario a cui partecipa.

Conseguentemente la sua disamina se non può fare a meno di cogliere appieno la controrivoluzione statale borghese/bolscevica che lentamente avanza nelle retrovie e al fronte, si sofferma ancor più sulle trasformazioni radicali realizzate dalle masse popolari un tempo bestialmente sfruttate e sottomesse, cioè sul funzionamento ed organizzazione antiautoritaria delle collettività e delle medesime milizie.

Egli stesso, a rotazione, fungeva con altri tre miliziani della sezione/centuria di volontari italiani, quale delegato (portavoce) i cui compiti non erano affatto di comando né militare né di altra natura, bensì di addetto alla comunicazione al responsabile della centuria (C. Rosselli, poi Berneri, quindi altri ancora), dei problemi di varia natura che la sezione doveva affrontare (equipaggiamento, rifornimento militare, questioni organizzative, vitto, abbigliamento ecc.). I delegati di centuria venivano nominati dai miliziani medesimi ed a essi dovevano riferire in ogni momento della loro attività, senza che per altro vi fossero degli incentivi di natura pecuniaria, o privilegi di alcun genere per l’assoluzione dei compiti di delegato. Tomaso potè così constatare che pure in ambito militare la presupposta indispensabile gerarchia non solo tale non è, bensì così malefica e controproducente che, quando si è infine imposta (con la militarizzazione delle milizie), gli esiti son stati quelli della vittoria definitiva dell’esercito golpista capeggiato da Francisco Franco.

Le “giberne” di Stalin (come era solito definire i comunisti agli ordini del dittatore sovietico e della sua disgraziata politica interna ed estera) e gli impauriti borghesi della democrazia controrivoluzionaria, soffocando al pari dei clerico-fascisti di Franco la rivoluzione proletaria antiautoritaria spagnola, spalancarono così le porte al nazifascismo ed al secondo macello mondiale, ergendosi tutti a corresponsabili del massacro di circa 50 milioni di persone ed alla distruzione immane che quella guerra determinò.

Per carattere Tomaso non era né dogmatico, né arrogante, né settario, ma nei confronti degli stalinisti (e dei metodi infami, gesuitici e criminali dello stalinismo) non ha mai più avuto, nel caso ne avesse avuto prima dell’esperienza rivoluzionaria in Spagna, remore nel denunciarli pubblicamente, fino alla fine dei suoi giorni, quali corresponsabili tra i principali della controrivoluzione iberica. A conferma di ciò vi sono non solo i molteplici articoli suoi apparsi nella stampa anarchica del periodo (L’adunata dei Refrattari, stampata negli USA ma in lingua italiana, e soprattutto Il Risveglio Anarchico, di cui era in pratica uno dei corrispondenti dal fronte di Huesca), ma soprattutto l’immenso suo carteggio con una infinità di compagni e compagne, nonché molteplici interviste e documenti che verranno dati alle stampe quanto prima possibile (così come l’ulteriore lavoro della sua biografia, che iniziai poco dopo il suo decesso, di cui queste righe ne sono uno scorcio).

Conseguente alla sua posizione, come quasi tutti gli altri miliziani della sezione italiana della colonna Ascaso, nell’aprile del ‘37 anche Tomaso rifiutò la militarizzazione imposta alle milizie (dei volontari). La sezione si sciolse e il barralese si trasferì a Barcellona, con l’intento di proseguire in altri settori il suo contributo alla rivoluzione.

Dovette sperimentare anche nelle retrovie, dopo l’esperienza del fronte, la controrivoluzione operativa della coalizione repubblicano/stalinista. Nella capitale catalana, fin dai primi giorni di maggio (dal 3, per esattezza), si manifestò in tutta la sua tragicità l’infame e criminale strategia antiproletaria delle giberne di Stalin alleatesi con le istituzioni regionaliste rimesse in piedi ai danni della rivoluzione, quelle poliziesche-repressive in primo luogo.

Dopo mesi di assassinii impuniti di anarchici, libertari, poumisti (militanti del Partido Obrero de Unificacion Marxista, POUM, organizzazione antistalinista nata dall’unificazione di precedenti organismi), gli squadroni della controrivoluzione tentano la conquista di diverse sedi fin dal 19 luglio del ‘36 in mani anarchiche, in particolare della centrale telefonica. Gli anarchici, in un nuovo slancio insurrezionale, trascinano ancora una volta con sé le masse proletarie della capitale catalana, e con le armi a disposizione si re-impossessano della città, salvo il centro che parzialmente resta in mani dei controrivoluzionari. Era quella l’occasione ultima che le forze della rivoluzione avevano per evitare la retrocessione delle conquiste proletarie, ma la degenerata coalizione delle statalizzate burocrazie delle organizzazioni anarchiche decretarono la fine degli scontri: l’ulteriore tradimento dei falsi anarchici e altrettanto falsi sindacalisti rivoluzionari, lasciò sul terreno barcellonese un migliaio di uccisi, di cui la metà rivoluzionari sinceri grazie ai quali il 19 luglio del ‘36 il golpe militare fu arginato.

Vennero assassinati in tale frangente, dal 3 al 5 maggio del ’37, con i metodi tipici staliniani, tra gli altri Camillo Berneri ed il compagno Barbieri. Uno dei fondatori del POUM e riconosciuto leader dell’organizzazione, Andres Nin, vigliaccamente arrestato qualche tempo dopo quelle tragiche giornate, venne per un tempo indefinito torturato mostruosamente dai comunisti agli ordini di Stalin, e orrendamente assassinato, con l’indispensabile ausilio dell’opera del famigerato comunista italiano, il sicario Vittorio Vidali.

A Barcellona, in una giornata di maggio venne arrestato pure Tomaso, in quanto “controrivoluzionario”, e rinchiuso prima in una sede della polizia poi in carcere. Scampò alla quasi certa fucilazione grazie all’amico della Croce Rossa Internazionale, in visita al carcere barcellonese: lo svizzero Andrè Oltremare, tra l’altro uno dei principali fondatori, in un cantone svizzero, del “Focolare per gli esuli politici”, luogo di ricovero ed accoglienza ove Tomaso stette per diverso tempo, ed ove incontrò per la prima volta Emilio Lussu, qualche anno prima.

Venne così accompagnato alla frontiera francese e, dopo un po’ di tempo, arrestato per infrazione ai precedenti decreti di espulsione, quindi accompagnato dagli sbirri alla frontiera col Belgio e nuovamente arrestato anche qui per infrazione al vecchio decreto di espulsione, riniziando l’antico gioco vergognoso della consegna reciproca dei proletari politici da parte delle democrazie europee.

All’inizio del 1939, di nuovo in Francia, venne arrestato e rinchiuso in un campo di concentramento della repubblica del Fronte Popolare, a Mende (dipartimento Lozere). La criminale politica degli Stati democratici nei confronti degli esuli, che perdurava ormai da quasi un ventennio, suscitò opposizione popolare e proteste internazionali, così che nei confronti degli esuli provenienti dalla Spagna, in Francia le disposizioni governative dovettero mutare rotta e migliorarne trattamento e condizioni.

A seguito di tali migliorie, Tomaso, dopo un primo periodo di inedia assoluta e totale reclusione nel campo, venne occupato nei lavori di cura del giardino della Prefettura del luogo, così che in pratica godette di una sorta di regime di semilibertà. Entrò nelle simpatie del Prefetto e ne frequentò come amico la casa e la famiglia, mettendosi a disposizione per l’assolvimento anche di quelle piccole commissioni di cui necessitavano. È in tale frangente che conobbe Simone, la madre dello storico anarchico Frank Mintz, che in tanti a Barrali ricorderanno ancora in quanto madre e fanciullo si recavano in visita da Tomaso, dopo il suo rientro in paese, e vi permanevano suoi ospiti anche per periodi discreti di tempo durante le vacanze estive. Conobbe Simone e Frank (quando questi era ancora bambino), in quanto si recava alla loro azienda agraria per l’acquisto di ortaggi ed altri prodotti animali necessari alla famiglia del prefetto. Tomaso conservava un bel ricordo di tale periodo, vuoi per l’amicizia che ebbe occasione di coltivare con Simone ed il suo bambino (a cui per altro morì il padre poco tempo prima), vuoi per l’affabilità dei rapporti con tutti i componenti la famiglia del Prefetto.

Il 1939 è però l’anno in cui arrivano a compimento tutte le responsabilità delle democrazie e del regime sovietico maturato in stalinismo. Il 22 maggio vi è la firma del cosiddetto Patto d’Acciaio tra l’Italia mussoliniana e la Germania di Hitler; il 23 agosto vi è quella relativa al patto detto Molotov-Ribbentrop, dal nome dei due ministri rispettivamente di Stalin e di Hitler che lo sottoscrissero, per cui il 1° settembre la Germania invade la Polonia (e se la spartisce con la patria del comunismo di Stato). Il 3 settembre l’Inghilterra e la Francia dichiarano guerra alla Germania, risultandone coinvolta anche l’Italia, essendo quest’ultima legata al Patto d’Acciaio. Tutti gli italiani presenti in Francia vengono arrestati ed internati in campi diconcentramento, tra cui quello di Vernet d’Ariege, famigerato quanto e più degli altri per le condizioni di sterminio cui son soggetti i reclusi, e qui viene trasferito anche Tomaso, nel 1940.

Il 20 marzo di tale anno cade il governo Daladier e prende il suo posto quello capeggiato da Reynaud; quindi il 14 giugno successivo, dopo aver invaso il Belgio, l’Olanda ed il Lussemburgo, l’esercito tedesco entra a Parigi. Il nuovo capo del governo francese, Petain, il 22 ed il 24 giugno firma l’armistizio rispettivamente con la Germania e l’Italia: è l’inizio del governo filonazista di Vichy, al Sud del paese, mentre al Nord la Francia resta direttamente nelle mani tedesche.

Gli internati italiani filofascisti dei campi di concentramento vengono ovviamente liberati e, dietro loro richiesta, accompagnati alla frontiera, ma per gli antifascisti, stalinisti inclusi, le condizioni di reclusione, pessime prima, divengono ancor meno sopportabili. Le giberne di Stalin però, possono ancora godere di un trattamento di favore, ricadendo sotto l’ala protettiva del dittatore sovietico, stipulatore del patto con Hitler. Almeno fino a quando, il 22 giugno del 1941, non verrà invasa l’URSS dall’esercito nazista. Da allora in poi, afferma Tomaso, “i Galli non cantarono più” (alludendo allo pseudonimo, “Gallo” appunto, di Luigi Longo, una delle giberne di Stalin in Spagna, ed uomo di punta del Partito Comunista Italiano. Anch’egli dopo il ‘39, Franco vittorioso sull’esercito ricostituito della repubblica spagnola voluta dalla strategia controrivoluzionaria, rinchiuso al campo di Vernet d’Ariege).

Per quasi due anni, per Tomaso e tutti i reclusi, fu sofferenza atroce, oltre che per le angherie e le provocazioni di ogni tipo da parte delle guardie del campo, per il freddo, il sudiciume, la fame, i pidocchi, le malattie, tanto che a migliaia vi perirono.

Quel tormento per Tomaso terminò alla fine del 1941 (esattamente il 31 dicembre), quando venne consegnato alle autorità italiane, avendo egli optato per tale soluzione e non per quell’altra che gli venne prospettata: cioè di recarsi nell’URSS (scelta che invece fecero tanti dei comunisti italiani legati a Stalin).

Consegnato alla polizia italiana alla frontiera e da questa tratto in arresto, viene condotto alle carceri di Nuoro per essere processato dal Tribunale Speciale fascista, dopo un penoso viaggio. Fino alla sentenza del Tribunale, soggiorna nelle carceri del capoluogo di provincia in una condizione disumana.

Condannato a 5 anni di confino a Ventotene, arriva nell’isola il 25 luglio del 1942. L’anno successivo, quando vengono liberati tutti gli altri prigionieri politici concentrati al confino, gli anarchici, considerati dalle nuove autorità criminali comuni, vengono trasferiti nel campo di concentramento di Renicci D’Anghiari (nella provincia di Arezzo), Tomaso Serra tra essi. Gli anarchici riescono a scappare anche da questo campo solo nella prima decade di settembre e Tomaso si reca così a Roma, ove per 10 mesi opera nella resistenza contro l’occupazione nazista, nel gruppo di Giustizia e Libertà capeggiato da Baldazzi, di cui fa parte anche Emilio Lussu. Ospite della famiglia Norma, il cui capo è anche componente del gruppo GL, Tomaso solo per puro caso scampa alla strage delle fosse Ardeatine, operata dai tedeschi come ritorsione all’attentato di via Rasella , in cui venne sterminata la famiglia che lo ospitava. Scrive nella minuta di lettera ad una amico, in merito a quell’avvenimento: “… Non so se tu eri consapevole della mia attività con Norma e a capo Baldazzi, Lussu, e dopo la detenzione di Norma a seguito del rastrellamento avvenuto nel quartiere Trionfale, avevo rischiato grosso anche in quel periodo. Rientrai in famiglia dalla mia mamma che non vedevo da oltre 20 anni, data la sua età e situazione, le son dovuto star vicino”.

È proprio il Comitato Romano del Partito d’Azione, in data 29 settembre 1944, prot. 532-PU/Lp, che comunica al “Sig. Mario Baldazzi, Centro Sindacale, via Parma 3 – Roma”:

«In seguito a tuo interessamento ti comunico che la Segreteria della Presidenza del Consiglio ha provveduto a mettere in nota per il rientro in Sardegna i minatori Virgilio Giovanni, Serra Tommaso, e Marcello Salvatore.

«I predetti dovranno essere in possesso del certificato di vaccinazione.

«Per la partenza, gli interessati, potranno prendere diretti accordi con l’ufficio viaggi del Comando Regia Marina di Roma cui è stato già interessato al riguardo».

Il rientro avviene in nave militare, a quanto raccontò Tomaso, con imbarco a Napoli e sbarco al porto di Cagliari. Tra le carte d’archivio si trova una cartolina postale, parzialmente redatta, priva di indirizzo del destinatario e mai spedita, con la seguente comunicazione, che evidentemente Tomaso aveva intenzione d’inviare a compagni o amici d’Italia: “Carissimi io assieme a Virgilio e Marcello siamo giunti oggi lunedì in Cagliari, Virgilio vi scriverà fra qualche giorno. Io non so precisarvi quando possa”.

In assenza di precisi riscontri bisogna quindi attenersi ai ricordi di Tomaso in merito al suo rientro in Sardegna, che sarebbe verosimilmente avvenuto alla fine del 1944.

Nonostante dalle lettere dei suoi corrispondenti si deduca, contestualmente alla sua felicità per essere nuovamente a fianco dei suoi cari, la sentita spossatezza e necessità di riprendere energie per riattivarsi, il 44enne Tomaso Serra nel giro di breve tempo è al centro di molteplici attività di movimento.

– Nella sua Barrali l’intera comunità soffre non solo per le restrizioni alimentari e per ogni tipo di ristrettezza che impone ogni situazione post bellica, ma le condizioni igienico sanitarie ad esse collegate rischiano di tramutarsi in pandemia a causa dell’assenza totale anche dei farmaci di base (come la penicillina, chinino, insulina ecc.);

– il movimento anarchico aveva necessità di essere ricostituito per riprendere la propria attività rivoluzionaria, per cui richiedeva immense energie per tessere o ritessere i contatti necessari tra gruppi e compagni, spesso sconosciuti gli uni agli altri;

– il pernicioso operare delle istituzioni post fasciste ed il generale atteggiamento di quasi tutte le forze politiche erano palesemente indirizzate alla ricostituzione del potere statale rimettendo nei gangli delle burocrazia personaggi non solo ambigui ma manifestamente fascisti, a rimarcare la continuità tra il regime caduto ed il nuovo che si voleva mettere in piedi;

– le disastrose condizioni generali in cui versava la Sardegna, impoverita oltremodo e rapinata da secoli di dominio coloniale, imponevano alle masse proletarie, ed a Tomaso non meno che agli altri, una lotta quotidiana per strappare ulteriori spazi di vita e dignità che i regimi del passato e la guerra planetaria avevano ancor più ridotti.

Tomaso si attiva ben presto ed affronta ogni ambito di petto. Coinvolge una serie infinita di compagni direttamente o indirettamente conosciuti, residenti negli Stati Uniti, tra cui molteplici sardi, per far pervenire a Barrali tutti i medicinali possibili, quelli di prima necessità con priorità, per combattere infezioni, malaria, diabete. Per cui, con una costanza certosina, la coesione solidaristica dei compagni gli invia medicinali in quantità quasi industriali, che l’anarchico mette a disposizione dell’intera popolazione del paese.

Si attiva per allacciare contatti nuovi con situazioni anarchiche individuali e collettive presenti in Sardegna a lui sconosciute, estendere quelli che già coltivava, stimolare gli uni e gli altri in progetti operativi comuni, e promuovendo unitamente agli altri una attività propagandistica in tutta l’isola in cui primeggiava, più che il notevolmente più costoso momento editoriale-giornalistico, quello della propaganda orale: comizi, convegni, assemblee pubbliche a tema ecc., di cui uno degli oratori era Pasquale Fancello, originario di Dorgali. Nel 1948 a Cagliari, l’uscita di due Numeri Unici dal titolo “Anarchia”, i cui responsabili figurano di uno il cagliaritano Efisio Casula e dell’altro Tomaso Serra, pare preludere ad un organo di stampa stabile del movimento anarchico nell’isola, ma purtroppo così non è. Bisognerà attendere la seconda metà degli anni ‘70, con l’eccezione, ai primi del decennio ’60, del primo numero di un “Bollettino interno” del gruppo Azione diretta, di Cagliari, di cui Tomaso è fra i componenti, per avere un periodico (Sardegna Libertaria), sia pure ad uscita non regolare, del movimento specifico, cui ne seguiranno costantemente altri (Sardennia contras a s’Istadu, Anarkiviu, Nihil ecc.), fino ai giorni nostri. Si può con certezza affermare che Tomaso è punto di riferimento valido per quella che potrebbe definirsi una rinascita del movimento specifico nell’isola, e indubbiamente il crocevia di una fitta rete di corrispondenza che funge in qualche modo da stimolo affinché l’anarchismo sia nella pratica punto di riferimento sociale.

“… Poiché mi consta – scriveva nel 1966 in una minuta di lettera – che anche fra gli anarchici (e non solo fra i politicanti di mestiere) ci sono i beux-parleurs … [“bei parlatori”, N.d.A.] ma nelle loro azioni mancano di coerenza, non so se mi spiego. Da quando ho cominciato ad assimilare i principi anarchici ho fatto tutto il mio possibile di essere anarchico con le azioni, con i fatti, senza esser approfondito conoscitore dei teorici dell’anarchismo, della storia dell’anarchia … mettevo in pratica i principi anarchici, …”.

Queste sue poche righe esprimono a mio parere, in un concetto chiaro e profondo, ciò che era l’anarchico Tomaso Serra, e danno conto del suo atteggiamento nelle infinite diatribe intestine che per periodi più o meno lunghi hanno paralizzato, in Sardegna ed in Italia, parte del movimento specifico. L’agire, per lui, avrebbe chiarito le diatribe, dando ragione o torto ai diversi modi di intendere il molteplice articolarsi dell’anarchismo. E lui procedeva concretamente in quel che era il suo anarchismo ed i progetti operativi che via via maturava o partecipava.

Fu con i fratelli Mameli-Puddu, suoi primi cugini, a Gairo nel 1945, nella battaglia che questi promossero nel loro paese d’origine contro la rinomina a capo dell’amministrazione comunale e nella burocrazia istituzionale, di personaggi chiaramente coinvolti in modo diretto nella responsabilità del regime fascista, cui non erano estranei neppure elementi della locale sezione del PSd’Az. Battaglia che maturò in reazione poliziesca-squadrista in cui rischiò la vita Enrico, uno dei cugini, oggetto di caccia e pistolettate da parte di una banda costituita da carabinieri e fascisti toccati direttamente nei propri interessi e scoperti con le mani nel sacco della camorristica gestione dei generi razionati. E non poteva non essere d’accordo con la costituzione in quel paese, di una cooperativa di consumo per la gestione diretta dei generi di prima necessità che, eliminato il gioco camorristico di amministratori ed istituzioni varie, calarono del 30, 50 ed anche 70% di prezzo, usufruendone in tal modo l’intera popolazione ed evitando speculazioni sulla generalizzata necessità.

Nella stessa Barrali si trovò, pure assieme ai cugini Puddu, tra i primi a voler dare vita ad una cooperativa agricola, effettivamente costituita denominata “Lavoro e benessere”, per lo sfruttamento delle terre incolte. Pur tuttavia, nel 1970 essa venne sciolta d’ufficio in quanto non depositò alcun bilancio. Evidente, per Tomaso, la persistente tensione di procacciarsi i mezzi di sussistenza, nella terribile condizione proletaria dell’immediato dopoguerra, secondo criteri vicini alla collaborazione fraterna ed alla organizzazione di tipo orizzontale tra lavoratori, metodi concretizzati nelle campagne e nell’industria catalana ed aragonese nel periodo rivoluzionario iniziato il 19 luglio del 1936.

Negli anni ‘50 Tomaso si trasferisce per un certo periodo di tempo a Soriano del Cimino, ove il cugino Enrico Puddu, ed altri fratelli, misero in piedi un laboratorio di calzolaio con l’intenzione di sfruttare un brevetto per la cucitura delle scarpe, elaborato dello stesso Enrico. Esperienza che risultò tuttavia negativa, ed anzi con uno sperpero di quelle già ristrette risorse di fratelli e cugino.

Il continuo patimento ed assenza di risorse degli anarchici in età avanzata, quasi tutti in condizioni simili a quella di Tomaso, sparsi un po’ in ogni angolo del territorio dello Stato italiano, soprattutto il contestuale caso dell’anarchico Angelo Sanna, dovette infine far maturare in Tomaso e compagni del Cagliaritano con i quali era in stretti rapporti (e con i quali diede vita al gruppo “Azione Diretta”), anche dietro stimolo di certi corrispondenti (vi è in merito una lettera che conferma tale mia ipotesi) l’idea di dar vita ad una struttura autonoma, autogestita che gli ospitasse ed al contempo valorizzasse il loro apporto al movimento.

Angelo Sanna si trovava in carcere da 25 anni per tentato regicidio. Una campagna anarchica per la sua liberazione prende piede, e Tomaso non è affatto tra gli ultimi ad occuparsene. Finalmente liberato, Sanna approda da Tomaso, a Barrali, privo di mezzi di sostentamento ed in età avanzata, per di più con quei consecutivi anni di galera patria fascista alle spalle, per cui può sostenersi soltanto grazie alla solidarietà del movimento. Ma l’anarchico di Barrali non può concepire che individui comunque forti, sani nello spirito e integri nel fisico, siano costretti a dipendere dalla solidarietà dei compagni per la propria esistenza, sottraendo tra l’altro energie e mezzi finanziari al movimento che invece gli sono indispensabili per l’attività rivoluzionaria. Si affina così l’idea primordiale e si trasforma in progetto come Collettività Anarchica di Solidarietà (CAS).

Il progetto della C.A.S. è affinato alla luce dell’esperienza rivoluzionaria spagnola: il nome stesso di Collettività rimanda immediatamente ad essa. Non un luogo di “ritiro e riposo” dei vecchi e poveri anarchici, in attesa della morte, ma collettività al contempo di solidarietà e produttiva, in funzione non solo dell’autosufficienza dei suoi componenti ma pure della contribuzione alle attività di movimento. Quindi luogo non di morte o di attesa della morte, ma luogo di vita, di rivitalizzazione dei compagni e delle compagne che la società dello Stato-capitale rifiuta ed emargina, ritenendoli improduttivi per quanto riguarda l’estrazione di profitto, e nemici dichiarati in quanto anarchici.

Il progetto relativo alla Collettività Anarchica di Solidarietà viene portato avanti dal gruppo Azione Diretta, tra cui figuravano, oltre a Tomaso, compagni anarchici di Cagliari e dintorni con simpatie e sostegno pure di altre situazioni dell’isola. Tuttavia cozzò con altri progetti in corso del grosso del movimento specifico italiano, per cui si pensò che quello di Barrali, valutato di importanza marginale evidentemente, convogliasse energie finanziarie altrove, riducendone l’ampiezza. Non trovò unanimità di consensi in Italia e le energie finanziarie, con il pur ampio sostegno ed incoraggiamento che ebbe anche fra i compagni anarchici negli Stati Uniti, non furono sufficienti a superare le avversità, che pure non mancarono, di altra natura.

La Collettività doveva ergersi su un originario piccolo fondo, sito al bivio della provinciale 128 e proprio con questa confinante ad un lato. Si trattò preventivamente l’acquisto di terreni agricoli adiacenti, fino al raggiungimento di una certa dimensione, il cui sfruttamento intensivo a frutteto, ortaggi ed allevamento di bestiame doveva garantire lavoro ed autosufficienza alimentare, oltre che ospitalità in apposita struttura, ad un numero relativamente circoscritto di compagni e compagne anziane e prive di altre prospettive. L’esproprio parziale del fondo originario, per l’allargamento della strada provinciale, ridusse a dimensione minima l’appezzamento di terra, rendendo così inapplicabile il progetto originario. A quel punto vennero presi in affitto dal comune i circa due ettari di terra incoltivata ed arsa ove la CAS sorse effettivamente: qui, con un lavoro paziente e pesante realizzato dalla sola forza delle braccia, vennero realizzati la porcilaia, i muri di sostegno per i gradoni coltivabili, l’impianto di alberi da frutta, la canalizzazione dell’acqua della fonte disponibile a certa distanza. Bonificata buona parte della superficie disponibile, prende avvio l’attività di allevamento ed orticola. Certo, ben poca cosa se paragonata alle prospettive di due-tre ettari di terra buona e pianeggiante, ricca di humus, ma la caparbietà dell’anziano anarchico riuscì in qualche modo a concretizzare parte almeno di quel progetto in cui fermamente credeva. Di anziani la Collettività ne ospitò assai pochi, se si escludono i compagni che vi soggiornavano per brevi periodi di tempo, soprattutto in estate: Tomaso stesso, Angelo Sanna per un periodo assai limitato, ed Enrico Puddu, il cugino calzolaio.

Eppure la CAS fu in certo qual modo un punto fisso e inesauribile di diffusione di stampa anarchica, di finanziamento della stessa, di solidarietà ai detenuti, non soltanto anarchici, ed una delle situazioni di movimento che a partire dalla fine degli anni’60 si risvegliò in tutti gli angoli dell’isola.

Tomaso, senza togliere nulla agli altri compagni della Sardegna, è stata la figura preminente dell’anarchismo sardo nel secondo post macello mondiale, sia per l’ininterrotta sua attività e vitalità, sia per la sua caparbietà, sia infine per quella capacità di comprendere esigenze e tensioni che animavano le diverse generazioni che hanno frequentato, con lui, la Collettività Anarchica di Solidarietà.

 

 

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