… ogni scherzo vale…Genova, G8, luglio 2001: Tanti i ruoli rappresentati, l’autenticità è condannata

[scritto nel 2003, pubblicato su Machete n. 1 nel gennaio 2008]

SABBIA. Ecco ciò che ci offusca la vista, facendoci vivere in una fantasmagoria in cui tutto sembra vivo e nulla è reale. Ci perdiamo in un rapido alternarsi di immagini stranamente vivide e attraenti, facendoci trasportare dal loro potere ipnotico. Quella che raccontiamo non è forse una storia di fantasmi, di ombre scambiate per prede, di specchi deformanti considerati occhiali della verità? E lo è stata fin dall’inizio.

Pensiamo al neoliberismo contro cui lanciano i propri strali le anime belle della sinistra. Invece di criticare l’organizzazione sociale che riduce l’essere umano a merce e pone l’universo e la vita agli ordini dell’economia, ci si lamenta per un dettaglio della sua politica, finendo col battersi per un capitalismo locale, possibilmente dal volto umano. Come se ciò che si desidera fosse solo consumare merci prodotte sotto casa.

E che dire dei vertici dei potenti della Terra? Appuntamenti mediatici, in cui nulla di concreto viene stabilito giacché chi vi partecipa si limita a formalizzare e a rendere pubbliche decisioni già prese altrove. Con questi incontri, i “nostri” rappresentanti intendono dimostrare che non esiste nessuna politica prestabilita, nessun centro direttivo, che tutto è sempre aperto: basta mettersi in fila, farsi avanti e discutere civilmente. Laddove è noto da tempo che non è più questione di se, ma solo di quando e come.

La stessa evanescenza affligge anche i controvertici, in tutte le loro manifestazioni. A questo ameno attivismo militante si dedicano tutti i racket politici che seguono gli spostamenti dei capi di governo e dei loro ministri come il cane segue il proprio padrone, cercando in tutti i modi di attirarne l’attenzione. Come se il dominio non fosse espressione dei rapporti sociali ma dipendesse dalla volontà di un pugno di rappresentanti di Stato, su cui occorre per questo esercitare una certa pressione. Come se bastasse sedere a quel tavolo, o farci finire sopra la relazione giusta, per porre fine allo sfruttamento e all’insensatezza dell’esistenza umana.

La lanterna magica da cui ridondano tutte queste immagini, sgargianti nella loro inconsistenza, si trovava qui in Italia alcuni anni fa in occasione del G8 e dalle sue proiezioni non ci si aspettava granché, da tanto il canovaccio sembrava scontato. Se non fosse stato che… a furia di rappresentarla, simularla, demonizzarla, la rivolta si è scatenata davvero per le strade di Genova, quel venerdì 20 luglio del 2001. Una rivolta furiosa che ha saputo resistere per ore alle cariche della repressione, ma che ha ceduto in fretta sotto i colpi del chiacchiericcio mediatico, del commento sociologico, del distinguo militante, dell’inquisizione poliziesca e giudiziaria. Sepolta sotto una montagna di sabbia, la sabbia del presente. È ora di cominciare a pulirsi gli occhi.

Dopo gli altri paesi… spettava all’Italia ospitare il raduno dei politici più potenti del mondo e dei loro pseudo oppositori. Tutto doveva filare alla perfezione, nulla poteva essere trascurato. I bellicosi proclami dei contestatori da avanspettacolo erano enfatizzati dalla stampa assieme alla probabile minaccia del «terrorismo internazionale». Anche se nessuno credeva davvero alle parole dell’autonominatosi tribuno del popolo Casarini, la cui retorica pseudoguerrigliera faceva scorrere più lacrime di risate che brividi di paura; anche se nessuno credeva sul serio a possibili incursioni di kamikaze arabi; il clima si era fatto rovente. Il governo affrontò la questione prendendo misure marziali. Nell’Italia di Berlusconi, Fini e Bossi, una città come Genova è stata messa in ginocchio attraverso una militarizzazione del territorio senza precedenti. Tutti i corpi armati dello Stato erano confluiti nel capoluogo ligure per pattugliarlo. Erano stati istituiti posti di blocco, ordinati sacchi dove rinchiudere eventuali morti, piazzati tiratori scelti sui tetti e sommozzatori in mare. Era stato predisposto un autentico centro di torture per prigionieri, a Bolzaneto, la cui gestione fu assegnata ai gentiluomini della squadra speciale antisommossa carceraria (il GOM, ideato dal nostalgico Diliberto). Mentre il compito di garantire l’ordine pubblico fu affidato principalmente all’Arma dei carabinieri, i quali formarono per l’occasione i CCIR (contingenti compagnie ad intervento risolutivo), costituiti da militari diretti da ufficiali del corpo d’elite “Tuscania”, già attivi in missioni belliche all’estero — benché anche la Polizia non abbia mancato di distinguersi nella sua opera repressiva. Da parte dello Stato non ci si preparava a contenere una contestazione, quanto ad affrontare una guerra. Non si trattava di controllare manifestanti, ma di fare piazza pulita di nemici. A Genova lo Stato ha sperimentato per la prima volta in maniera sistematica, esplicita, diffusa, e contro la propria popolazione, la logica militare che presiede le missioni internazionali. A dimostrazione di come, in un mondo unificato dalla religione del denaro, la linea di demarcazione fra nemici esterni e nemici interni vada scomparendo. Dopo tutto, se la guerra viene considerata una operazione di polizia, un’operazione di polizia può ben considerarsi una guerra.

Il campo di battaglia previsto è quello che si snoda attorno alla “zona rossa”. È qui, sotto i cancelli e le staccionate eretti a protezione della sede del vertice, che si attendono gli assalti dei manifestanti. È qui che i capetti della contestazione mediata e mediatica hanno chiamato a raccolta le loro truppe cammellate. È qui che sono concentrati anche i cani da guardia del dominio per respingere la pressione dei sudditi scontenti venuti ad elemosinare i propri inesistenti diritti. Tutto sembra pronto. Una moltitudine di rispettosi cittadini che grida le proprie ragioni, le forze dell’ordine assoldate per respingerle, la scaramuccia concordata a tavolino per evocare ed esorcizzare lo spettro dello scontro, i giornalisti accorsi da tutto il mondo, gli applausi finali perché alla fine tutto deve svolgersi tranquillamente, vertice e controvertice. Nulla di tutto ciò accadrà.

Da parte delle istituzioni non c’è una reale intenzione di evitare lo scontro, quanto la precisa volontà di dare una lezione indimenticabile agli ingrati consumatori del benessere occidentale; da parte del movimento, di una parte di esso, c’è chi preferisce essere protagonista di una ribellione esplicita contro i cosiddetti Signori della Terra piuttosto che fare da spettatore o comparsa di un’agitata sceneggiata a beneficio dei mass media. Così, attorno alla “zona rossa” i rivoltosi non si faranno vedere, preferendo disertare lo scontro virtuale concordato con le istituzioni per andare a cercare lo scontro reale, quello senza mediazioni. Parecchie centinaia di nemici di questo mondo, assai diversi fra loro, senza capi né gregari, senza testa né coda, decidono di rifiutare l’appuntamento prestabilito con la politica per recarsi a quello al buio coi propri desideri. Pur presentandosi nella città e nella data stabilite dall’agenda istituzionale, andranno dove non sono attesi. Anziché lanciarsi a testa bassa verso un supposto cuore del dominio preferiranno muoversi altrove, ben sapendo che il dominio non possiede alcun cuore perché si trova dappertutto. Gli spazi fisici dove si pratica il culto del denaro, dove aleggia il fetore della merce, dove si ode la menzogna del commercio — e non i meri “simboli” del capitalismo come preteso dalla sinistra vulgata degli adoratori dell’esistente — subiranno la critica pratica dell’azione: le banche saranno prese d’assalto, i supermercati saccheggiati, le agenzie finanziarie attaccate.

Nel loro procedere, con il passare delle ore e il montare della rivolta, i flussi dei rivoltosi si trasformano quanto a composizione (con passanti e curiosi che si uniscono ad essi) modificando l’ambiente circostante. Dopo il loro passaggio, nulla è più come prima. Le auto, da scatole mobili che trasportano i lavoratori alla loro condanna quotidiana, diventano giocattoli con cui divertirsi e barricate con cui fermare la polizia. Le sirene pubblicitarie sono messe a tacere. Gli occhi elettronici accecati. I giornalisti allontanati. I saccheggi trasformano le merci da pagare appannaggio di pochi in beni gratuiti a disposizione di tutti. Attraverso scritte colorate le mura si liberano del loro sconfortante grigiore. Le strade, i cantieri, i palazzi vengono usati come arsenali. L’urbanistica, modellata sulle esigenze dell’economia e perfezionata dagli imperativi del controllo, si scioglie sotto il fuoco della sommossa. In tutti questi atti i rivoltosi ritrovano l’autentica abbondanza, quella che non viene né contemplata in astratto, né scambiata contro l’umiliazione del lavoro. Molte volte si scontreranno con le forze dell’ordine, non di rado sapranno evitarle. Come sempre accade nei momenti di rottura con l’esistente, l’euforia comincia a dilagare ed il buon senso smette d’essere moneta corrente. Ben presto l’impossibile diventa possibile: il carcere di Marassi, in buona parte svuotato per lasciare spazio ad eventuali arrestati, viene attaccato. Stessa sorte tocca ad una caserma dei carabinieri. Da parte loro, gli uomini in divisa dispiegano tutta la violenza di cui sono capaci.

Chi ha accusato i rivoltosi nerovestiti di aver provocato la repressione farebbe meglio a prendere atto che fin dall’inizio le cariche sono state indiscriminate e hanno travolto chiunque, coinvolgendo spesso e volentieri pacifici manifestanti. Ciò significa che l’operato di polizia e carabinieri era già stato previsto ed organizzato, come forma preventiva di dissuasione nei confronti di tutti. Non è stato affatto il risultato di un eccesso di zelo, di troppo nervosismo o di inesperienza, ma il vero volto del terrorismo di Stato senza freni, che ha lanciato a folle velocità i suoi veicoli blindati contro i manifestanti inerti. Sotto un diluvio di lacrimogeni sparati perfino dagli elicotteri, le strade hanno cominciato a coprirsi del sangue di centinaia e centinaia di manifestanti. È stato proprio questo a determinare l’esplosione della rivolta. Fino a quel momento le devastazioni dei rivoltosi non erano andate molto più in là di quanto già accaduto nelle occasioni precedenti, la prevista azione diretta ad opera di qualche centinaio di compagni che approfittavano della situazione. Ma proprio ciò che avrebbe dovuto fermarla, l’intervento poliziesco, ha finito per alimentarla. La brutalità degli uomini in divisa ha portato infatti ad una sollevazione generale. Nel giro di poco tempo, migliaia di manifestanti fino a quel momento pacifici, armati solo della loro rabbia, si uniranno ai rivoltosi iniziando a battersi contro la sbirraglia.

Fra gli stessi militanti dei racket politici i cui capi invitano alla calma, alla moderazione e alla non-violenza, si verificano molte insubordinazioni. L’ideologia della disobbedienza conosce i suoi primi disobbedienti. Di fronte alla ferocia della repressione, non c’è ordine di partito che possa tenere. Sordi agli appelli dei loro capetti che li invitano a non reagire, molti Disobbedienti iniziano a battersi contro gli uomini in divisa, con l’aiuto di altri manifestanti accorsi per fronteggiare chi li sta attaccando. È proprio riconoscendo nel momento dell’attacco il nemico comune che i rivoltosi si riconoscono immediatamente fra di loro, rompendo l’isolamento della «folla solitaria», poiché la rottura con la noia e l’angoscia della sopravvivenza ha il merito di svelare gli individui a se stessi e agli altri. Poco importa quali motivi contingenti producano una simile situazione. Resta il fatto che quel 20 luglio per alcune ore non ci sono più violenti o non-violenti, uomini o donne, socialdemocratici o anarchici, militanti o gente comune, geometri o disoccupati, ma solo individui in rivolta contro i cani da guardia dell’esistente e la vita che viene imposta.

Gli scontri con le forze dell’ordine si moltiplicano, dappertutto giungono manifestanti pronti a scagliarsi contro le forze dell’ordine, ed è durante uno di questi scontri che viene abbattuto Carlo Giuliani. Non è un “black bloc”. Non è un anarchico. Non è un provocatore. Non è un infiltrato. È solo un giovane che ha deciso di reagire alla violenza dello Stato. Non uno dei pochi, ma uno dei tanti. Ed è bene chiarire questo aspetto. Nei giorni successivi, tutti i politici in carriera che infestano il movimento prenderanno inizialmente le distanze, accusando i rivoltosi di essere un pugno di «provocatori» e «infiltrati» che con le loro azioni hanno sabotato intenzionalmente un grande appuntamento pacifico, facendo perdere un’occasione storica di venire ascoltati.

Tutta la marmaglia socialdemocratica — la stessa che fino ad allora aveva sollevato tanta polvere e rumore e che per questo credeva d’essere il carro della storia — riverserà loro addosso un mare di calunnie, rinverdendo la vecchia tradizione stalinista della «caccia agli untorelli». È questo un modo di sfogare il proprio rancore contro chi ha deciso di sfuggire al loro controllo, rivelando a tutti la falsità della loro pretesa autorevolezza. È un modo di chiudere gli occhi di fronte alla fine del loro progetto politico, la cui vanagloriosa inconsistenza è apparsa alla fine di quelle giornate in tutta la sua miseria, cercando pateticamente di rilanciarlo. Il giorno successivo, sabato 21 luglio, scatterà da parte di una polizia scatenata nella sua assoluta certezza di impunità l’attacco alla scuola Diaz, dove tutti i presenti verranno massacrati dagli agenti inferociti.

In realtà i rivoltosi che a Genova si sono battuti contro le forze del vecchio mondo erano davvero numerosi. Anarchici, ma non solo. Nerovestiti, ma non solo. Stranieri, ma non solo. Il sapore della libertà non conosce limiti, etichette, uniformi o confini. E chi tanto si è indignato che centinaia di compagni si fossero recati a Genova con l’intenzione di scatenare una sommossa, dandosi un minimo di preparazione in tal senso e cercando di evitare la trappola dello scontro diretto con la polizia, dovrebbe riflettere maggiormente su chi ha eccitato gli animi per mesi promettendo assalti e invasioni senza avere l’intenzione di realizzarli, senza curarsi minimamente delle possibili conseguenze, su chi ha alzato al cielo le bianche mani della non-violenza, in segno di resa e non di dignità, contribuendo a mandare allo sbaraglio migliaia di manifestanti inermi.

Finita la rivolta, è iniziato il suo commentario da parte di giornalisti, specialisti, periti. E più aumentavano le testimonianze e le interpretazioni di quanto avvenuto, più diminuiva la sua cristallina chiarezza. La rivolta di Genova, nella sua viva totalità, è stata sezionata e smembrata in tante piccole particelle. La burocrazia del dettaglio ha spazzato via l’immediatezza del significato.

Un esempio per tutti, l’inchiesta sulla morte di Carlo Giuliani. Chi ha sparato? Con quale arma? Da quale distanza? Quanti colpi? Il defender era davvero isolato rispetto agli altri carabinieri? Rivediamo le immagini, rimisuriamo le distanze, rileggiamo i rapporti… una, due, tre, infinite volte, tante quanto basta per assordare le orecchie, chiudere gli occhi, sfinire il cervello, annegare il fatto originario nell’alta marea del più insulso opinionismo. Fare in modo che non si rifletta più sulla morte di un giovane abbattuto durante una manifestazione di protesta, ma che ci si concentri sulla effettiva provenienza dell’estintore che aveva in mano. Questo stesso procedimento di banalizzazione è stato utilizzato anche per il resto, dalle torture inflitte a Bolzaneto all’irruzione notturna alla Diaz; tutto è stato sbriciolato e ridotto in polvere affinché nulla si potesse più vedere. Naturalmente questa poderosa opera di mistificazione è stata condotta nel nome della Verità. La stessa verità che molti pretendevano si facesse largo in un’aula di tribunale. Sono piovute denunce contro i massacratori e torturatori in divisa. Gli avvocati si sono mobilitati. Sono stati raccolti centinaia di video che avrebbero dovuto infine mostrare cosa fosse veramente accaduto. Sì, perché la rivolta di Genova è stato l’avvenimento più fotografato della storia. Sbirri da una parte, mediattivisti dall’altra, giornalisti in mezzo, tutti si sono lanciati in una folle gara per immortalare le azioni degli altri. La rappresentazione, prima di tutto. Per i posteri. Perché si sappia. Perché qualcuno paghi. Perché la giustizia trionfi.

Eppure, tutti sanno cosa è veramente accaduto. È inciso in maniera indelebile nella memoria e nella carne di migliaia di manifestanti presenti. E proprio Genova ha dimostrato l’assoluta inutilità pratica, spesso la pericolosità, di macchine fotografiche e videocamere. A parte la polizia, che ne ha tratto profitto identificando e denunciando molti rivoltosi, compito che le è stato facilitato dall’onnipresenza di portatori di teleobiettivi, e a parte i giornalisti, che hanno incassato lo stipendio per il lavoro svolto, a cosa sono servite tutte quelle riprese? A che pro far vedere a tutto il mondo il vicecapo della Digos di Genova, Alessandro Perugini, mentre sferra un calcio in pieno volto ad un ragazzo steso a terra immobilizzato dai suoi colleghi? Forse che costui, colto sul fatto, è stato poi messo in condizione di non ripetere più la sua impresa? Un tribunale lo ha condannato, espellendolo dalla polizia per sostituirlo con un poliziotto beneducato e rispettoso della Costituzione? Niente affatto, anzi, con umorismo piuttosto macabro lo Stato ha nominato il signor Perugini rappresentante per l’Italia di una campagna internazionale contro la tortura nel mondo. Così come ha successivamente promosso molti degli aguzzini in divisa che si sono esibiti in quelle giornate.

La convinzione che basti mostrare i soprusi del potere per metterlo in ginocchio è un’illusione ideologica, meritevole di sparire come tutte le ideologie. Erede diretto della vecchia controinformazione, il moderno mediattivismo coltiva una cieca fiducia più nelle virtù taumaturgiche dell’immagine che in quelle della parola. Ma entrambe si basano sul presupposto che, una volta rivelata la verità dei fatti, le menzogne della propaganda saranno infine messe a tacere. Chissà come sono rimasti male, quei poveri idealisti che credono nella luce che sconfigge le tenebre, alla notizia che osservando i filmati un perito della magistratura ha ipotizzato nientemeno che un sasso lanciato da un manifestante poteva aver deviato il proiettile che ha ucciso Carlo Giuliani. È proprio vero che in una immagine ognuno può far vedere ciò che vuole. E in una competizione di immagini e chiacchiere, fra i media alternativi e quelli istituzionali, è inutile nascondere che a vincere saranno sempre i secondi. Una volta per tutte. — Macchine fotografiche e telecamere sono strumenti indispensabili solo a poliziotti e giornalisti (che poi hanno la medesima funzione): nessun altro ne ha bisogno, men che meno chi la rivolta la vuole assaporare in prima persona invece di limitarsi a immortalare quella altrui (o a farsi immortalare, come un turista della rivoluzione che ferma «i momenti belli della vita» per conservarli in qualche polveroso album di ricordi).

Così come non c’è da attendersi nessuna verità da una immagine, non c’è da aspettarsi nessuna giustizia da un verdetto. I tribunali sono istituzioni di quello stesso Stato che ha ordinato il massacro avvenuto a Genova. Perché mai i magistrati dovrebbero condannare uomini che sono al loro servizio? Meglio coprirne l’operato sotto la coltre di qualche cavillo giuridico come una prescrizione.

Sbarazziamoci del pio luogo comune propiziatore di garanzie che pretende esista una differenza fra Stato di diritto e Stato di fatto, come fossero due entità che è necessario far coincidere per ottenere giustizia. Lo Stato inventa il suo diritto e lo applica e modifica come meglio crede, ben sapendo che si tratta solo di carta straccia buona per gli allocchi. I torturatori che a Bolzaneto hanno strappato le carte di identità agli arrestati gridando «qui non avete diritti, siete nessuno!» hanno solo espresso con sincerità la natura dello Stato, quello di cui sono i servi obbedienti e leali. Qualsiasi perizia, controinchiesta o verdetto, non potranno mai riconoscere questa banalità: che lo Stato a Genova ha mostrato il suo vero volto. Che la nostra incolumità dipende dal nostro servilismo. Che chi si oppone ai voleri dello Stato è un nemico da eliminare. Nel loro delirio di onnipotenza e nella loro isteria securitaria, gli Stati pongono a tutti un’alternativa secca: o si è fedeli sudditi, a cui al massimo è concesso di esprimere, a bassa voce e col dovuto rispetto, il proprio disaccordo; o si è terroristi destinati al macero e alla galera. O strisciare o crepare. Che si occupino spazi vuoti o si blocchino strade e treni, che si infrangano vetrine o si rubi per non lavorare, che si manifesti il proprio dissenso o si abbattano funzionari statali, poco importa: qualsiasi atto può essere legittimamente considerato terroristico, con tutto ciò che questo comporta. Definendo in tal modo chiunque non si assoggetta volontariamente, lo Stato intende celare la propria natura terrorista.

Ma i magistrati di Genova sono riusciti ad andare oltre: hanno introdotto il delitto di “compartecipazione psichica”, secondo il quale non occorre più prendere parte ad una rivolta per finire nel mirino della repressione, basta essere presenti ai fatti. Chi non vuole passare qualche guaio non deve solo astenersi dal lanciare pietre o spaccare vetrine, ma deve farsi poliziotto e controllare attivamente gli altri. Altrimenti può venire incriminato come complice. Ossequioso suddito e potenziale sbirro: ecco come deve essere, nelle fantasie di chi ci governa, il cittadino ideale del nuovo millennio.

Tutto ciò, pur gettando una luce inquietante sulle lotte future, contribuisce a liquidare un’antica falsa questione che attanaglia molte coscienze: quella sulla violenza/non-violenza. Ormai è lo Stato stesso a dichiarare che a scatenare la repressione non è l’uso della violenza, come pretendono i placidi credenti in un miracolo emancipatore, ma bastano le motivazioni che animano i suoi oppositori. Ciò che è intollerabile è che si possa aspirare ad una vita radicalmente diversa, che lo si affermi e ci si batta per questo. Stando così le cose, chi si può dire al di sopra di ogni sospetto? Se è lo Stato medesimo ad accantonare la questione della violenza, che senso ha continuare a sbandierarla come linea di demarcazione fra “compagni” e “provocatori”? Ecco che allora l’uso della violenza torna ad essere ciò che in realtà è sempre stato: una scelta individuale, dettata dalle prospettive, dalle circostanze, dalle attitudini di chi la mette in pratica. Anche perché, se le ragioni della distruzione di questa società sono sotto gli occhi di tutti, quelli della sua conservazione, o anche della convivenza con essa, sono decisamente meno chiare. Chi può scagliare l’anatema contro coloro che a Genova hanno fatto strage di vetrine? Non certo chi ha fatto strage di ossa, di teste e di denti. Né chi si indigna per le aiuole calpestate e poi considera normali i morti sul lavoro. Ma nemmeno chi vuole invadere la “zona rossa” del privilegio partendo dalla “zona grigia” del collaborazionismo. Se chi attacca una banca è un provocatore infiltrato, come si può definire chi contratta a nome di tutti con un questore, chi calca nei più svariati modi il palcoscenico della rappresentazione, chi diventa parlamentare, chi è ormai ingranaggio delle istituzioni? Lo Stato può sempre contare su schiere di servitori pronti ad ammazzare e di elettori pronti a farsi ammazzare; ed oggi ha presentato ad alcuni compagni un conto assai salato per quegli attimi di libertà. Tuttavia la nostra strada, l’unica in grado di portarci in paesaggi fantastici e ad incontri segreti dove tutto è ancora possibile, non può passare né dalle aule di tribunale né dagli studi mediatici. Il culto della giustizia e quello della verità non avranno le nostre attenzioni.

E se ieri un appuntamento politico prettamente spettacolare è riuscito sotto l’incalzare degli avvenimenti a trasformarsi in una sommossa generalizzata, ciò non significa tenere d’occhio l’agenda del potere nella speranza di una replica. Perché non si può aspettare che il calendario ci dica che è carnevale, il solo giorno in cui ogni scherzo vale, per accendere un fiammifero allo scopo di sciogliere il ghiaccio sociale in cui siamo ibernati.

 

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