Io e la Mia Proprietà : Interazione Egoista, parte II

 

Tratto da My Own #3 (N. 3 Maggio 2012)

Io e la Mia Proprietà : Interazione Egoista, parte II

(Questa è la terza parte della serie iniziata con “Cos’è un individuo?” e proseguita con “Io e la Mia Proprietà : Interazione Egoista, parte I)

“Tu l’Unico sei “l’Unico” solo insieme alla “tua proprietà” – Max Stirner

E cosi torno a riprendere il progetto di creare me stesso e quindi anche le mie interazioni. La creazione volontaria di un’interazione con un posto o con un oggetto può richiedere un piccolo tentativo da parte mia, ma quando interagisco con un altro essere che, consapevolmente o no, sta creando la propria esistenza, il processo giunge ad un’intrigante complessità che intendo esplorare. Ma prima, dal momento che arrivo a ciò tramite l’intenzione, voglio esplorare adesso questa intenzionalità.
Se voglio creare deliberatamente le interazioni che ho con gli altri, ho bisogno di considerare su cosa voglio basarle. Per adesso, ignorerò le molte interazioni inevitabili e imposte che sono parte della vita quotidiana in questa società. Visto che queste sono interazioni prefissate basate su ruoli costruiti, la mia partecipazione volontaria ad esse può solamente prendere la forma della sovversione,  cercando di smascherarle e svalutarle. Questa attività sovversiva può includere il tentativo di creare un’altra sorta di interazione al posto di quelle prefissate, ma ciò non è inerente alla sovversione. Quindi per ora, mi concentrerò su quelle interazioni che sto cercando deliberatamente di creare per me stesso.
Tra gli anarchici, le basi più comuni per l’interazione sembrano essere l’assunzione di ideali, credenze e teorie condivisi. Ciò può sembrare piuttosto ragionevole, ma c’è un problema basico a riguardo. Ideali e credenze sono un pensiero separato, un prodotto finale cristallizzato del pensiero che si è interrotto. Un’idea diventa un ideale o il principio di una credenza quando viene estraniata dal suo contesto concreto e considerata al posto di esso come giudice delle dispute. Ma anche la teoria, se la trasformo in qualcosa che può essere tenuta in comune, diventa pensiero separato, perché essa smette di essere attività, un processo in corso di pensiero, che si intreccia con tutte le attività della mia vita in un flusso costante, diventando pensiero cristallizzato, un fantasma. Dall’altro lato, l’attività teoretica è qualcosa che devo necessariamente avere per condividere con altri. Essa richiede interazione, soprattutto perché ha bisogno di essere una pratica di sviluppo e trasformazione continua, un processo nel quale le idee possono mescolarsi, scontrarsi, unirsi e allontanarsi, alimentarsi a vicenda ed andare oltre, il tutto in relazione con le esperienze e le attività pratiche di me stesso e degli altri coinvolti. Ma precisamente questo processo, che rende l’interazione essenziale per l’attività teoretica, aderisce anche ad una condivisa teoria impossibile se non in forma di alienazione, ad esempio la cristallizzazione della teoria in ideologia, un’idea fissata. In una continua pratica teoretica, le teorie esistono solo come strumenti che io e te usiamo. La mia teoria non sarà mai la tua. Infatti, la mia teoria in questo momento non sarà mai precisamente la mia stessa teoria in un momento successivo. Ci saranno relazioni tra di esse, ma le relazioni sono attività, e le attività portano a trasformazioni. Cosi gli ideali, le credenze e le teorie condivisi non forniscono una base per le interazioni volontarie ed egoiste, ma piuttosto solo una base per interazioni prefissate sui ruoli prescritti dall’idea fissata, l’ideologia alla quale aderiscono quelli coinvolti.
Io posso frequentemente notare che il bisogno comune fornisce una base per alcuni tipi di interazioni volontarie. Ad esempio, potrei vivere tra gli altri in una zona dove scorre un fiume. Alcuni di noi potrebbero concordare sul fatto che abbiamo bisogno di un ponte sul fiume. Avrebbe senso per quelli tra noi che vogliono il fiume cooperare volontariamente per costruirlo. Ma questa base rimane volontaria solo quando il fine è un progetto specifico a breve termine. Quando il “bisogno comune” diventa una base per interazioni a lungo termine, esso tende a diventare un’idea fissata, un fantasma: “il bene più grande per il più grande numero”. Ciò apre la porta all’istituzionalizzazione, la quale devia le interazioni volontarie, trasformandole in ruoli e abitudini. Le interazioni tramite le quali funziona questa società sono soprattutto catene complesse realizzate dal bisogno comune che è stato incanalato in particolari contesti istituzionali. Queste interazioni prefissate rinforzano dunque i contesti, dandogli l’apparenza di essere l’unico modo per andare incontro ai bisogni comuni. Ma un bisogno consapevole come anche le basi per l’interazione possono esistere solo in una situazione nella quale l’aver bisogno è la norma. Nell’attuale ordine sociale, una scarsità continua e artificiale viene creata tramite le varie strutture economiche e politiche. Essa garantisce che l’aver bisogno sia una norma e rinforza la dipendenza dalle strutture istituzionali della società. Costringendo in qualche modo a prendere parte ad interazioni dentro questo contesto, che aliena le mie energie e capacità creative, l’unico modo in cui posso riprendere possesso di me stesso in queste situazioni sta nel sovvertirle.
L’auto-creazione volontaria è un’insurrezione contro ogni realtà sociale dominante. In questo modo voglio basare le mie interazioni più significative, le uniche per le quali spendo l’energia più grande. I desideri forniscono tali basi. Ma io voglio essere molto chiaro in merito a cosa intendo con desiderio. Non equiparo desiderio alla semplice brama di un oggetto. Ciò sembra troppo patetico. Renderebbe il desiderio nient’altro che un bisogno. Piuttosto, io vedo il desiderio come un intenso impulso creativo ed energetico. Esso non parte da un desiderio, ma crea esso stesso l’oggetto all’interno del processo di creazione di se stesso. Infatti, il desiderio appartiene sempre all’individuo. Non ci può essere “desiderio comune”. Ma possono esserci desideri che si rafforzano reciprocamente. Cosi come il mio desiderio mi spinge a creare… me stesso, la mia vita, il mio mondo… Io inizio a raccogliere e organizzare gli strumenti, le attività e le relazioni che mi aiuteranno nel soddisfare questo impulso. Qui, posso notare che il tuo desiderio e quelli di altri possono intrecciarsi al mio processo creativo in modo da migliorarlo. Se questo miglioramento è reciproco, ognuno di noi trova che i propri sforzi creativi si arricchiscono con questo intrecciarsi, allora abbiamo creato un’interazione di complicità. Ed io vedo la complicità come uno dei tentativi più essenziali di interazione in un’insurrezione di auto-creazione volontaria, perché essa espande con efficacia le possibilità per l’auto-attività.
Ma c’è un altro modo tramite il quale il desiderio in questo senso diventa base per l’interazione. Molto frequentemente, in un mondo dove i ruoli e i rapporti prestabiliti tengono schiavo chiunque e sono la norma, il mio tentativo di creare la mia vita, me stesso e il mio mondo secondo i miei termini andrà contro la realtà sociale sotto forma di gente, strutture, istituzioni, ideologie, ecc., che la proteggono e la mantengono. Continuando ad insistere sulla creazione volontaria di me stesso, posso solo avere un tentativo di interazione con questi aiutanti dell’ordine dominante, ovvero una interazione d’odio. Per restare creatore di me stesso, ho bisogno di cercare volontariamente la distruzione di questa realtà sociale in tutte le sue manifestazioni. Di nuovo, il desiderio cosi come l’impulso creativo  è la base sulla quale costruisco questa relazione di odio, di lotta senza quartiere. L’esortazione a creare è anche un’esortazione distruttiva…

 

http://parolearmate.noblogs.org/2012/05/25/io-e-la-mia-proprieta-interazione-egoista-parte-ii/#more-486

 

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